Videocracy
Pubblicato il 13.09.2009 - Recensioni Film
Nonostante la scarsa pubblicità, soprattutto in televisione – sulla Rai e su Mediaset è stato deciso di non mandare in onda il trailer – Videocracy, documentario di denuncia di Erik Gandini, è arrivato nei cinema, offrendo agli spettatori uno sguardo impietoso sul mondo della televisione italiana. Nella pellicola ci sono tre principali protagonisti: un giovane operaio che sogna di diventare famoso dando prova della sua abilità nelle arti marziali e come imitatore di Ricky Martin, l’agente più potente del paese, ossia Lele Mora, e l’ex re dei paparazzi – ora VIP a pieno titolo – Fabrizio Corona. Il primo rappresenta perfettamente l’Italia che segue con costante interesse i programmi della nostra TV: Ricky – questo il suo nome – ha ottenuto di fare dei provini ma non è mai stato accettato in nessuna trasmissione, e pertanto ‘fa gavetta’ presenziando tra i componenti del pubblico che applaude o sta quieto in base ai segnali che vengono impartiti. Ritiene che fare TV sia il modo migliore per fare soldi e per ‘diventare qualcuno’, per essere ricordati, per restare ‘per sempre’, se è vero che Christopher Reeves, storico interprete dei vecchi Superman, pur essendo passato a miglior vita può tornare al presente grazie a uno schermo.
Mentre vediamo i suoi fallimentari tentativi di entrare nello spettacolo, passiamo nella dimora sarda di Lele Mora, una splendida villa tutta bianca dove il super agente invita i suoi ‘amici’ – fondamentalmente tronisti o ex concorrenti del grande fratello palestrati e depilati che non fanno un beato niente a bordo piscina. E’ lui il principale creatore dei volti del piccolo schermo: se incontra una persona che secondo il suo ormai esperto giudizio può sfondare, la prende sotto la sua ala protettrice, le dice come vestirsi, cosa dire, come comportarsi, e in breve tempo la trasforma in un personaggio pubblico, capace di guadagnare migliaia di euro per una comparsata in discoteca o una foto su una rivista di gossip. Convinto mussoliniano – sul cellulare ha gli inni fascisti – ha tra i suoi amici più cari Fabrizio Corona, che, mentre dirige i suoi paparazzi verso un nuovo scoop, ci illumina sul suo credo di vita, ossia “Io rubo ai ricchi per dare a me”.

Nel documentario si ripercorrono le imprese del Robin Hood nostrano, dagli 80 giorni di carcere fino alla creazione di una linea d’abbigliamento, a dimostrazione che ormai nel nostro paese andare contro la legge ti fa conquistare il sostegno della gente e lievitare il conto in banca. I Ricky, le aspiranti veline, i ragazzi che pagano l’ingresso in discoteca per fare una foto con Corona o con il tronista di turno, sono il frutto di 20 anni di televisione commerciale, in un paese in cui da 50 anni è il piccolo schermo il solo strumento trasversale di cultura (si fa per dire) e l’unico mezzo d’informazione per una percentuale pari all’80% della popolazione.
Videocracy è un documentario molto interessante, che dipinge senza fronzoli e senza espliciti giudizi una realtà ormai dominante nel nostro paese. Lo fa con un commento presente ma mai esasperato, lasciando ampio spazio alla voce dei protagonisti. Le immagini sono molto azzeccate e piene di significato, basti pensare alla scena in cui vediamo Corona steso sul letto intento a contare un mazzetto di banconote da 500 euro, o alla sequenza iniziale in cui sono mostrati in rapida successione spezzoni dei più noti programmi TV dagli anni Ottanta a oggi, con ragazze sempre più sorridenti e meno vestite che si dimenano davanti agli obiettivi. In ogni caso, va detto che il film non mostra niente che non si sapesse già, e in certi casi lo fa con una lentezza che favorisce il sonnellino. Il documentario, nato in origine per essere distribuito solo in Svezia, è stato presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato accolto da 3 minuti di applausi.
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